Ci sono luoghi che attraversiamo senza lasciare traccia. E altri che, anche dopo molti anni, continuano a restarci dentro in modo inspiegabile.

A volte basta tornare in una strada, entrare in una casa, rivedere una finestra illuminata al tramonto, per sentire qualcosa riemergere all’improvviso. Non sempre un ricordo preciso. Più spesso una sensazione. Come se certi posti avessero conservato una parte invisibile di ciò che siamo stati.

Non so se siano davvero i luoghi a custodire la memoria oppure siamo noi a depositarla lì, senza accorgercene.

Forse ogni vita lascia piccole tracce negli spazi che attraversa. Le conversazioni fatte in una cucina. Le attese vicino a una porta. Le notti passate svegli in una stanza. Persino il modo in cui la luce entrava da una finestra in un certo periodo della nostra vita.

Col tempo dimentichiamo molti dettagli. Ma i luoghi no.

Restano lì. E qualche volta sembrano aspettarci.

Credo che sia anche per questo che certi romanzi nascono da un’atmosfera prima ancora che da una trama. Da una città. Da una casa. Da un corridoio silenzioso. Da un paesaggio che continua a tornare nei pensieri senza spiegare davvero il motivo.

In Dove finisce il silenzio i luoghi hanno avuto un’importanza enorme. Genova, il mare, le case affacciate sulla luce, ma anche gli spazi del Nord, più essenziali, più sospesi. Non sono mai stati soltanto sfondi. Sono diventati parte della voce stessa della storia.

Perché a volte i luoghi non si limitano a contenere quello che viviamo.

Continuano a parlarci anche dopo.

Come nasce DOVE FINISCE IL SILENZIO.

Ci sono storie che si scrivono in pochi mesi. Nascono da un’intuizione precisa, da una voce chiara, da una struttura che si lascia afferrare quasi subito. E poi ce ne sono altre che non arrivano così. Non si presentano come un’idea. Non hanno un inizio nitido, non si lasciano ordinare facilmente. Restano lì, per anni. Non smettono di tornare, ma continuano a farlo in forme diverse. A volte come una scena. A volte come una domanda. A volte come una sensazione difficile da nominare.

Non si impongono perché sono pronte. Si impongono perché insistono.

Credo che i libri più necessari nascano così. Non da un progetto, ma da una persistenza. Da qualcosa che resta fermo, anche mentre tutto il resto cambia. Continuano a lavorarti dentro senza fare rumore. Si spostano, si trasformano, prendono tempo. E intanto chiedono una cosa sola: di non essere liquidati troppo in fretta.

Ci sono storie che non si scrivono quando si vuole. Si scrivono quando finalmente diventiamo capaci di sostenerle.

Per anni ho pensato che certi nuclei narrativi mi interessassero solo come lettore. Il rapporto tra memoria e rimozione. Il modo in cui il trauma si deposita nelle persone. Le conseguenze silenziose di ciò che accade dentro una famiglia. Non il gesto in sé, ma quello che resta dopo. Non l’evento, ma la sua eco. Mi interessava da tempo quella zona opaca in cui il dolore smette di essere visibile ma continua a determinare tutto.

Sapevo che prima o poi sarei entrato lì dentro. Ma sapevo anche che non bastava volerlo.

Ci sono storie che chiedono tempo perché chiedono precisione. Non si possono affrontare in modo superficiale. Non basta un buon soggetto. Non basta una tensione narrativa. Bisogna trovare la distanza giusta. Bisogna capire da dove guardarle. Bisogna aspettare che smettano di essere solo materia e diventino forma.

È una questione di struttura, certo. Ma prima ancora è una questione di responsabilità.

Alcune storie non possono essere scritte finché non si trova il tono giusto per non tradirle.

Per questo certi libri richiedono anni. Non perché siano più difficili da costruire. Ma perché prima di essere scritti devono decantare. Devono liberarsi di tutto ciò che è superfluo. Devono perdere enfasi, perdere compiacimento, perdere rumore. Solo allora cominciano a dire davvero quello che hanno da dire.

Dove finisce il silenzio è nato così.

Ecco come nasce DOVE FINISCE IL SILENZIO. Non da un’idea improvvisa. Non da un’urgenza momentanea. È nato lentamente. È rimasto a lungo in una zona di ascolto, prima ancora che di scrittura. Ha chiesto tempo per trovare il suo passo, la sua voce, il suo equilibrio. E soprattutto ha chiesto di essere scritto solo quando sarebbe stato possibile farlo senza semplificare ciò che voleva raccontare.

Ci sono storie che si scrivono in fretta.
E altre che aspettano anni, finché non trovano la forma giusta per diventare inevitabili.

Ci sono cose che finiscono. Altre smettono soltanto di farsi vedere.

È una differenza sottile, ma decisiva. Alcune esperienze si chiudono davvero, si lasciano alle spalle, diventano un ricordo che con il tempo impariamo a raccontare senza troppo attrito. Altre invece cambiano forma. Escono dal centro della scena, smettono di occupare i pensieri in modo evidente, ma continuano a restare.

Non tornano sempre come memoria. Più spesso tornano come reazione.

Nel modo in cui interpretiamo un silenzio. Nella cautela con cui leggiamo certi segnali. Nel bisogno di anticipare ciò che potrebbe andare storto. In quella forma di attenzione che chiamiamo carattere, prudenza, lucidità, e che a volte è soltanto una vecchia difesa rimasta accesa troppo a lungo.

È questo l’equivoco più comune: pensare che il passato continui a esistere solo quando lo ricordiamo. Non è così. A volte smette di essere un ricordo riconoscibile e diventa un’abitudine. Si deposita nei gesti, nei riflessi, nel modo in cui impariamo a stare dentro le relazioni e dentro noi stessi.

Per questo non tutto ciò che finisce passa davvero. Alcune esperienze non restano nella memoria, ma sotto pelle. Cambiano il modo in cui ci fidiamo, il modo in cui leggiamo gli altri, il modo in cui ci difendiamo da ciò che non sappiamo più nominare.

Si dice che il tempo sistemi le cose. In parte è vero. Le rende più lontane, più sopportabili, meno visibili. Ma non sempre le risolve. A volte si limita a coprirle meglio.

E ciò che non si vede più non per questo smette di esistere.

Il passato, spesso, non torna. Resta.

Ed è da questa materia silenziosa, da ciò che continua a vivere sotto pelle anche quando crediamo di averlo lasciato indietro, che nasce il romanzo che uscirà tra poche settimane.

 

I bambini vedono tutto. Non nel modo ordinato e razionale degli adulti, ma con una precisione diversa, più istintiva, che non ha bisogno di spiegazioni per cogliere ciò che accade davvero dentro una casa.

È su questo punto che si fonda una delle illusioni più diffuse: l’idea che basti non mostrare apertamente le cose per tenerle lontane. Che sia sufficiente abbassare la voce, evitare certe parole, spostare i figli in un’altra stanza, perché ciò che è troppo difficile da spiegare non arrivi fino a loro.

In realtà, ciò che non viene detto non scompare. Cambia forma.

In un ambiente familiare attraversato da tensioni, conflitti o forme più o meno esplicite di violenza, il bambino non ha bisogno di assistere direttamente agli eventi per esserne coinvolto. Gli bastano i segnali: una porta chiusa troppo in fretta, un tono che si incrina, un silenzio che arriva subito dopo e che dura più del necessario. È in questi spazi intermedi che si costruisce la sua percezione.

La cosiddetta violenza assistita non coincide soltanto con ciò che viene visto. Comprende tutto ciò che viene percepito senza essere spiegato: l’attesa, l’incertezza, il tentativo continuo di capire cosa stia succedendo e soprattutto perché. Il bambino, privo degli strumenti per interpretare razionalmente ciò che vive, tende a costruire un proprio sistema di significati. E in questo processo il rischio è che si collochi, anche inconsapevolmente, al centro di ciò che accade.

Non si tratta di un pensiero esplicito. Non è una conclusione logica. È una sensazione che si forma lentamente: se qualcosa succede e nessuno lo spiega, allora forse riguarda anche me. È così che si radica un senso di responsabilità improprio, che non nasce da un fatto reale ma da un vuoto di parole.

Gli adulti, nella maggior parte dei casi, non agiscono per superficialità. Cercano di proteggere. Tentano di contenere, di evitare che i figli entrino in contatto diretto con ciò che considerano troppo difficile o troppo doloroso. Ma questa forma di protezione si concentra su ciò che è visibile, mentre lascia scoperta una dimensione più profonda, quella della percezione.

Un bambino che cresce in un contesto di questo tipo sviluppa una particolare attenzione ai segnali. Impara a leggere gli altri, a prevedere i cambiamenti di umore, a cogliere le sfumature. È una capacità che dall’esterno può sembrare sensibilità o maturità precoce, ma che spesso nasce da una necessità: ridurre l’incertezza di un ambiente che non è stabile.

Questo adattamento, però, ha un costo. Si riflette nel modo in cui si costruiscono le relazioni, nella difficoltà a fidarsi completamente, nella tendenza a evitare il conflitto o, al contrario, a viverlo con un’intensità sproporzionata. Soprattutto, si traduce in una familiarità con il silenzio.

Perché ciò che non è stato nominato tende a restare tale anche negli anni successivi. Il bambino diventa adulto, ma conserva quel modello: alcune cose non si dicono, si aggirano. Non per scelta consapevole, ma perché è così che ha imparato a stare dentro le relazioni.

L’errore iniziale, a quel punto, si rivela per quello che è stato: non aver considerato che l’assenza di parole non protegge, ma lascia spazio a interpretazioni più profonde e spesso più difficili da elaborare.

I bambini vedono tutto. E ciò che non riescono a dire, trovando altre strade, continua a esistere.

 

Silenzi, omissioni e verità rimaste sospese per anni.

In quasi tutte le famiglie esistono cose che non si dicono. Non sempre si tratta di segreti veri e propri, di quelli custoditi con intenzione. Più spesso sono parole che non trovano il momento giusto per essere pronunciate, domande che non vengono fatte, verità che restano sospese perché nessuno ha davvero il coraggio di affrontarle.

All’inizio sembra una scelta quasi naturale. Si evita un argomento per non creare tensioni, si cambia discorso per non riaprire qualcosa di doloroso, si rimanda pensando che prima o poi sarà più facile parlarne. Col tempo, però, quel silenzio smette di essere una scelta e diventa una forma di equilibrio. Un equilibrio fragile, costruito su ciò che non viene detto.

Nelle famiglie non serve che qualcuno stabilisca esplicitamente quali siano i confini. Si capiscono da soli. Basta uno sguardo, una pausa troppo lunga, una frase interrotta a metà. Così si cresce imparando a girare intorno a certe zone, a non fare domande, a non insistere. È una forma di adattamento silenziosa, che spesso passa inosservata anche a chi la vive.

Con il passare degli anni questi vuoti diventano parte della normalità. Si costruiscono relazioni, abitudini, perfino affetti, sopra qualcosa che non è mai stato chiarito fino in fondo. E finché nulla cambia, quel sistema regge.

Poi, a volte, accade qualcosa che lo incrina. Non necessariamente un evento eclatante. Può essere una parola detta per caso, un ricordo che riaffiora, una circostanza che costringe a guardare indietro. In quel momento ciò che era rimasto sotto la superficie torna visibile.

Non è tanto la scoperta in sé a colpire, quanto il modo in cui riorganizza tutto il resto. Alcuni comportamenti acquistano un significato diverso, certi silenzi smettono di essere neutri, alcune distanze diventano comprensibili. Ci si accorge che ciò che mancava non era una spiegazione qualsiasi, ma una verità rimasta in sospeso.

Il problema è che le verità, quando arrivano tardi, non hanno il potere di rimettere ordine. Non restituiscono il tempo, non ricompongono ciò che si è incrinato, non permettono di tornare indietro. Offrono però una possibilità diversa: quella di vedere con maggiore chiarezza.

A quel punto la scelta diventa inevitabile. Si può continuare a proteggere quel silenzio, come è stato fatto per anni, oppure si può provare a interromperlo. Non è una decisione semplice, perché implica anche il rischio di cambiare lo sguardo su chi ci è stato accanto e, in qualche misura, su noi stessi.

Eppure è l’unico passaggio che permette di uscire davvero da quell’equilibrio apparente. Perché i silenzi familiari non si dissolvono da soli. Restano, si consolidano, diventano parte della struttura. Fino a quando qualcuno decide che è arrivato il momento di dar loro un nome.

 

Sapere amare anche quando non è facile.

Ci sono persone che sanno amare anche quando non è facile. Non parlo degli amori che nascono leggeri, quando tutto sembra possibile e il futuro semplice. Quelli sono gli amori dei primi tempi, quando ancora non sappiamo davvero chi abbiamo accanto.

Poi, a volte, arriva il momento in cui capiamo qualcosa di più. Capita di scoprire che la persona che abbiamo accanto porta dentro una ferita. Non una tristezza passeggera, ma qualcosa che viene da lontano. Una storia che non si cancella. Un dolore che ha lasciato una traccia. A quel punto succede una cosa molto semplice.

Si può scegliere di andare via.
Oppure di restare.

Restare non significa salvare qualcuno. Non significa avere sempre le parole giuste o sapere cosa fare. Molto spesso significa solo accettare che alcune ferite non si possono guarire, ma si possono attraversare insieme. La vita ci racconta continuamente la storia degli amori che finiscono. Quelli che si consumano con il tempo, quelli che non resistono alle difficoltà, quelli che si spezzano quando le cose diventano complicate.

Molto più rare sono le storie di chi rimane. Non perché sia facile. Anzi. Restare accanto a qualcuno che porta dentro un dolore profondo richiede una pazienza che non ha niente di eroico. È una pazienza quotidiana, fatta di piccoli gesti, di silenzi condivisi, di giorni in cui si capisce che non tutto può essere risolto. A volte restare significa semplicemente non scappare. Non pretendere che l’altro sia diverso. Non chiedere che il passato sparisca. Non trasformare la fragilità in una colpa.

Chi resta accanto sa una cosa molto semplice: ogni persona è anche la sua storia. Noi non siamo solo quello che mostriamo al mondo. Siamo anche ciò che ci è accaduto, le paure che ci portiamo dietro, le cose che non abbiamo mai raccontato.

Amare qualcuno, a volte, significa accettare anche quella parte invisibile. Non serve capire tutto. Non serve avere sempre le risposte. A volte basta esserci. Solo esserci. Restare accanto non è una promessa solenne. È qualcosa che si rinnova ogni giorno. E il più delle volte senza parole.

La scelta semplice e difficile: restare.

 

 

A volte mi fermo a guardare le immagini che arrivano dalle guerre. Bambini feriti. Case distrutte. Madri che tengono in braccio figli che non piangono più. E mi accorgo che non riesco più a guardarle con la distanza con cui si guarda una notizia. E mi fanno paura. Non la guerra in sé, perché la guerra purtroppo ha sempre accompagnato la storia dell’uomo. Mi spaventa il modo in cui oggi sembra tornata normale. Il modo in cui si torna a pensare che abbia ragione il più forte. Sono cresciuto credendo nei valori dell’Europa. Nel dialogo. Nella comunità. Nell’idea che la civiltà serva proprio a questo: evitare che i conflitti si risolvano con la forza. Forse sono stato ingenuo. Ma vedere il mondo prendere questa direzione mi inquieta profondamente. Perché ogni guerra, qualunque sia la bandiera che la combatte, alla fine lascia sempre le stesse cose: bambini che soffrono, famiglie spezzate, vite distrutte. E ogni volta mi chiedo se ci stiamo accorgendo davvero di quello che stiamo perdendo. La nostra umanità.

Ivan prende il bicchiere appoggiato sul banco di rovere, lasciando un segno perfettamente circolare nel sottile strato di polvere che ricopre il vecchio tavolo da lavoro.

Dalla parete a fianco entra un fascio di luce netto, dai confini palpabili, che taglia in due il laboratorio e definisce un fronte e un retro completamente separati.

La foto è sfuocata e rovinata, con una leggera curvatura che le ha dato quel bicchiere in cui da sempre è conservata con cura. Ma Ivan non ha mai voluto spostarla: l’ha sempre tenuta lì dentro come se fosse una compagna, come se la sua presenza fosse indispensabile e non potesse separarsene.

La guarda.

Per un momento resta in silenzio. Osserva il centro dell’immagine come se stesse rientrando in quel panorama caotico di mille volti alle spalle della donna ritratta in primo piano.

Si erano conosciuti da poco, durante una delle tante manifestazioni alle quali in quegli anni gli universitari partecipavano. Lei era determinata, dura, convinta che passare all’azione fosse inevitabile dopo quei cortei. Lui non era così certo, ma decise di seguirla per non perderla, o per proteggerla dalla sua stessa irruenza. Dal suo desiderio di tracciare un solco da seguire per gli altri.

O forse semplicemente perché l’amava, e questo era abbastanza.

Mentre Ivan mi racconta tutto questo, io ascolto. In silenzio. Lo lascio parlare, anche se ero venuto nella sua falegnameria per tutt’altro motivo.

Ho poco tempo, dovrei tornare a lavorare, ma non riesco a interrompere il suo racconto così vero, così profondo. Un racconto spinto da una passione che io non conosco.

Lo invidio.

Non ne sono mai stato capace.

Guardo la sua mano gesticolare con la fotografia in mano. Sorride, si asciuga il sudore con la manica della camicia. Io mi accorgo che non riesco più a sentirlo.

Penso alla mia vita, a tutto ciò che ho costruito per saturarla, per colmarne gli angoli e renderla impermeabile anche alla più piccola incertezza.

Non so se ho perso qualcosa. Forse, al contrario, sono riuscito ad arricchire ogni ritaglio della mia esistenza.

Vorrei riuscire a desiderare di tornare indietro per ripercorrere gli anni trascorsi. Per modificarli, spostarli su direzioni sconosciute. Per interpretare altre vite che non ho mai avuto il coraggio di abbracciare.

Ma sarebbe inutile.

Tornerei esattamente in questo stesso punto. Mi ritroverei nel laboratorio di Ivan a guardarlo mentre, con una vecchia fotografia in una mano e un bicchiere sporco di polvere di legno nell’altra, racconta una storia d’amore meravigliosa.

Di quelle che non si dimenticano, ma che non appartengono a tutti.

Ma io sono come sono.

Martedì sono stato in un carcere a vedere uno spettacolo teatrale dei detenuti e ho avuto un incontro che mi ha colpito. Ho scritto questo per raccontarvelo.
Ci metterete due minuti a leggerlo, ma vi farà riflettere.

100 METRI
Questa era la distanza tra le nostre case. Erano gli anni 70, quelli subito dopo la ricostruzione post bellica, la legge 167, il Piano Fanfani. Un crinale divideva la collina dove abitavo in due parti adiacenti ma che rappresentavano due mondi diversi. Sul fianco sud, la strada con le case costruite per dipendenti pubblici, bancari, impiegati di enti statali. Nella strada a nord c’erano le case popolari. Quelle destinate agli immigrati che allora venivano dal meridione. Erano i terroni, quelli che a casa loro lavoravano la terra. Non erano molto diversi dai migranti di oggi: anche loro erano scuri in volto, capelli neri e i genitori non sapevano l’italiano. Ma i loro figli si. Quelli lo parlavano come noi che vivevamo dall’altra parte del crinale. Esattamente a metà, proprio sulla linea di confine tra questi due mondi, c’era la chiesa, la parrocchia di Santa Maria. Per noi bambini era l’oratorio, il posto dove giocavamo tutti i pomeriggi. Io avevo 10 anni e non capivo la differenza tra gli amici che abitavano a sud e quelli che stavano a nord. Eravamo tutti uguali allora, ci interessava solo sfidarci a ping pong o a pallone. E le squadre erano miste. Ieri sera ho rivisto Riccardo. Ero in un teatro strano, dentro al carcere di Marassi e stavo guardando uno spettacolo bellissimo nel quale gli attori erano i detenuti. Un’attività che consente loro di ricrearsi una vita quando usciranno. Appena Riccardo è salito sul palco l’ho riconosciuto subito anche se sono passati 40 anni. Ha ancora gli stessi lineamenti anche se è ingrassato e con il vestito di scena era molto diverso dagli anni 70. 
Abitavamo a 100 metri di distanza.
Pochissimo.
Ma le nostre vite erano destinate ad essere diverse perché lui viveva nella parte nord della collina e io in quella a sud. Perché chi saliva verso la chiesa con il sole alle spalle, dopo la terza media andava al liceo o a ragioneria se aveva poca voglia di studiare, mentre chi aveva il sole in faccia la domenica mattina per andare a messa come se fosse ancora nei campi dei suoi genitori, a quattordici anni andava a fare il meccanico o il benzinaio. Se era fortunato. 
Alla fine dello spettacolo ho parlato qualche minuto con lui. Ci ricordavamo benissimo uno dell’altro ed eravamo un po’ in imbarazzo. Entrambi. Come se fosse un destino ineluttabile mi ha raccontato che quasi nessuno dei bambini con i quali giocavamo è stato fortunato. La droga li ha portati via tutti, o quasi. Ne abbiamo elencati una decina. Allora c’era l’eroina, che anche se naturale non risparmiava nessuno, neppure se la chiesa ti consentiva di giocare con bambini che l’anno dopo sarebbero andati al liceo. Solo uno di loro è ancora vivo, si chiama Antonio. E’ l’unico restato al mondo oltre a lui che ha la fortuna di fare l’attore in Carcere e di sapere che prima o poi tornerà a casa: sempre nella stessa via da dove non si è mai spostato.
Mentre tornavo a casa dopo aver parlato con lui, ho sentito il bisogno di tornare in quella via dove non abito più da decenni, in quella strada da dove la mia famiglia si è spostata pochi anni dopo per andare a vivere in un elegante quartiere residenziale secondo un modello di crescita sociale naturale per chi viveva a sud del crinale. Ho rivisto la mia vecchia casa, la strada tortuosa, gli alberi sui quali ci arrampicavamo. E ho rivisto la strada dove abitava Riccardo, più stretta della mia, più impervia, più brutta in fondo. Allora non me ne rendevo conto, mi sembrava uguale. Poi mi sono fermato anche davanti alla Parrocchia di Santa Maria. Ora ci hanno messo un cancello davanti e hanno trasformato il sagrato in un parcheggio. Non so se esiste ancora il grande oratorio al piano di sotto. Ma in fondo non importa, perché anche se quella chiesa è stata costruita esattamente sul confine non è riuscita a tenere in vita tutti quei ragazzi. Fortunatamente qualcuno di loro è rimasto. Riccardo è uno di questi: forse era più forte, più bravo, più acuto. Ora ha un compito difficile, ma per quel poco che abbiamo parlato, ho capito che lo porterà a termine. Che uscirà dal carcere e ricostruirà una vita diversa per sé, per la sua famiglia, per i suoi amici di allora. Probabilmente non farà l’attore ma non importa, io sono sicuro che ce la farà e sono felice di aver ritrovato un amico.

 

 

C’è una cosa che un uomo impara da giovane: che mai potrà reggere una discussione con ‘lei’. Perché lei sarà sempre più brava, avrà più argomenti, saprà dire più cose. Questo è un problema per un uomo, un problema che a volte porta alla violenza, ma questa è un’altra storia.
C’è una spiegazione a questo.
Immaginatevi due case.
La prima è un loft americano: una di quelle case che si vedono nei film fatte di un’unica stanza in cui tutto è visibile, in cui tutto fa parte di un’unica composizione, dove le cose sono legate tra loro in modo indissolubile. Quel vaso sulla mensola è stato comprato in Grecia in un’isola che si vede nella foto sulla parete, l’anno dopo che è nato Pietro che ha compiuto 10 anni e per questo ieri sera i suoi compagni di classe erano tutti qui. Tutte le cose sono collegate, sono connesse, fanno parte di un unico disegno complessivo.
Pensate ora ad un’altra casa.
C’è un ingresso con due porte. Una va nella zona notte, in cui un corridoio porta alle camere che hanno ciascuna il proprio bagno. La zona giorno è divisa in cucina, sala e pranzo. La cucina è chiusa per non sentire gli odori e la sala per la tv ha una porta doppia scorrevole che la divide dal resto. Tutto è rigorosamente separato e ben ordinato, ed ogni cosa ha un proprio spazio.
Ecco, la donna ragiona come se la sua mente fosse quel loft. Ogni ricordo, ogni oggetto, ogni frase è legata a qualcos’altro in una sequenza di anelli che compongono tutta la sua vita. Non si può dimenticare nulla, perché ogni cosa conduce ad un’altra e ad un’altra ancora. I ricordi non si cancellano perché non si può spezzare quella catena.
La mente dell’uomo è invece la seconda casa. Una casa in cui ogni cosa ha un proprio posto, un proprio spazio, una stanza separata dalle altre da una solida porta, meglio se blindata. Quando l’uomo è in camera, la cucina non esiste, quando è nello studio potrebbero bruciare il bagno senza che lui se ne accorga. I ricordi, i pensieri non sono legati in una sequenza, ma sono separati in ambienti diversi e non c’è possibilità di collegamento.
Per questo che un uomo sa bene che mai potrà confrontarsi con una donna, perché lei avrà sempre più ricordi, più argomenti, più giustificazioni.
Ma non è tutto.
Perché ogni uomo ha anche un’altra stanza.
E’ la stanza del nulla. Una stanza vuota dove si rifugia, dove fugge, dove i pensieri non esistono perché annullati completamente. Il vuoto assoluto. Per questo un uomo può passare una giornata a guardare i goal di tutti i campionati d’Europa o può riordinare la sua collezione di dischi. Perché è entrato nella stanza del nulla, e se gli chiedete che cosa sta facendo, non saprà rispondervi, perché si è rifugiato nel nulla e in fondo non gli interessa nulla ciò che sta facendo. E’ solo assente.
Non bisogna chiedersi perché. Bisogna solo accettare che è così, e tutto sarà più semplice