Ivan prende il bicchiere appoggiato sul banco di rovere, lasciando un segno perfettamente circolare nel sottile strato di polvere che ricopre il vecchio tavolo da lavoro.
Dalla parete a fianco entra un fascio di luce netto, dai confini palpabili, che taglia in due il laboratorio e definisce un fronte e un retro completamente separati.
La foto è sfuocata e rovinata, con una leggera curvatura che le ha dato quel bicchiere in cui da sempre è conservata con cura. Ma Ivan non ha mai voluto spostarla: l’ha sempre tenuta lì dentro come se fosse una compagna, come se la sua presenza fosse indispensabile e non potesse separarsene.
La guarda.
Per un momento resta in silenzio. Osserva il centro dell’immagine come se stesse rientrando in quel panorama caotico di mille volti alle spalle della donna ritratta in primo piano.
Si erano conosciuti da poco, durante una delle tante manifestazioni alle quali in quegli anni gli universitari partecipavano. Lei era determinata, dura, convinta che passare all’azione fosse inevitabile dopo quei cortei. Lui non era così certo, ma decise di seguirla per non perderla, o per proteggerla dalla sua stessa irruenza. Dal suo desiderio di tracciare un solco da seguire per gli altri.
O forse semplicemente perché l’amava, e questo era abbastanza.
Mentre Ivan mi racconta tutto questo, io ascolto. In silenzio. Lo lascio parlare, anche se ero venuto nella sua falegnameria per tutt’altro motivo.
Ho poco tempo, dovrei tornare a lavorare, ma non riesco a interrompere il suo racconto così vero, così profondo. Un racconto spinto da una passione che io non conosco.
Lo invidio.
Non ne sono mai stato capace.
Guardo la sua mano gesticolare con la fotografia in mano. Sorride, si asciuga il sudore con la manica della camicia. Io mi accorgo che non riesco più a sentirlo.
Penso alla mia vita, a tutto ciò che ho costruito per saturarla, per colmarne gli angoli e renderla impermeabile anche alla più piccola incertezza.
Non so se ho perso qualcosa. Forse, al contrario, sono riuscito ad arricchire ogni ritaglio della mia esistenza.
Vorrei riuscire a desiderare di tornare indietro per ripercorrere gli anni trascorsi. Per modificarli, spostarli su direzioni sconosciute. Per interpretare altre vite che non ho mai avuto il coraggio di abbracciare.
Ma sarebbe inutile.
Tornerei esattamente in questo stesso punto. Mi ritroverei nel laboratorio di Ivan a guardarlo mentre, con una vecchia fotografia in una mano e un bicchiere sporco di polvere di legno nell’altra, racconta una storia d’amore meravigliosa.
Di quelle che non si dimenticano, ma che non appartengono a tutti.
Ma io sono come sono.

roberto silvestri
roberto silvestri
















