Era il 2008. Da meno di un anno ero tornato ad abitare a Camogli, in una vecchia casa in Via della Repubblica. Dalle mie finestre non si vedeva il mare, così, quella mattina, uscii poco dopo l’alba come sempre, come se niente fosse. Ero abituato: mi piaceva respirare il profumo della luce azzurra del mattino.
Ma quel giorno era diverso. L’atmosfera era strana, la luce non era la stessa di sempre e il gusto della salsedine entrava nei polmoni riempiendoli di un sapore acre, penetrante, forte. In lontananza, il suono rauco del mare superava la barriera di case medievali con il suo ritmo lento e costante.
Capii subito che cosa stava accadendo. Tornai a casa, presi Victor, così chiamavo la mia macchina fotografica allora, e scesi sul lungomare, o su quello che ne era rimasto. Lo spettacolo era devastante. Non esisteva più la spiaggia, la passeggiata che avevo percorso la sera prima era completamente sommersa, le onde gigantesche colpivano con una violenza inaudita il campanile di Santa Maria Assunta e la torre del Castello della Dragonara.
Solo la bandiera resisteva. Sulla sommità della torre quel piccolo pezzo di stoffa bianca e rossa si opponeva alla furia del vento che stava devastando la città. Io la guardavo; la osservavo fissa mentre scendevo le minuscole scale a pioli sotto gli spruzzi violenti del mare in tempesta. Ero solo ed avevo paura, una paura che non mi faceva sentire il freddo dell’acqua e il rumore delle barche che sbattevano sugli scogli. Ma volevo cogliere quel momento, sicuro che lo avrei ricordato per sempre.
Ancora oggi guardo queste fotografie e sento nei polmoni il gusto della salsedine, il respiro delle onde. Ancora oggi rivedo quella bandiera e penso che la mareggiata del 30 ottobre del 2008 non è stata la prima e non sarà l’ultima, ma che Camogli resisterà per sempre.
Oggi mio papà ha deciso di andarsene.
Me lo aveva già fatto capire nelle scorse settimane, ma speravo che stesse
scherzando, che stesse solo facendo finta. Invece era vero.
Avevo 16 anni, era una mattina di settembre, io e mio padre avevamo appena compiuto
gli anni. Lui 37 più di me.
Andammo in Comune a prendere un documento. Appena entrati chiedemmo
un’indicazione all’usciere che ci rispose in modo strano facendomi innervosire,
perché mi domandai come fosse possibile che a dare informazioni mettessero un
disabile con evidenti problemi di pronuncia. Ero giovane e irruento allora e mi
arrabbiai.
Mio padre continuó a camminare serafico ma rallentó il passo è mi disse:
‘Ma Roberto, secondo te non deve esserci qualcuno che si occupi anche di chi
non é sano, di chi non é normale? Qualcuno che che faccia lavorare chi non é un
genio e forse non é neppure intelligente? Non bisogna essere per forza bravi
nella vita, non tutti lo sono. Esistono anche gli ultimi, quello che non ce la
fanno, quello che non riescono. Non solo, ma esistono anche gli stupidì, gli
irresponsabili, quello che sbagliano sempre. E loro non hanno il diritto ad una
vita come tutti gli altri? Ad un lavoro, alla propria dignità?’
Queste naturalmente non furono le sue parole precise, ma il senso era
quello.
In questo momento sono così frastornato dalla giornata che non ricordo altri
suoi insegnamenti, ma quelle brevi frasi hanno influito su tutta la mia vita,
su ogni momento della mia esistenza.
Grazie papà, quel giorno mi hai insegnato il rispetto e l’amore per qualsiasi
donna o uomo sulla terra, anche per i più deboli, per gli ultimi, per quelli
che non sono brillanti o Smart, come si direbbe oggi.
Dalle tue parole ho imparato che non bisogna necessariamente vincere per avere
una vita dignitosa, che non é obbligatorio primeggiare e che anche chi ha fatto
degli sbagli merita rispetto, merita affetto, per il solo fatto di essere una
persona.
Ma soprattutto quella mattina di settembre di tanti anni fa mi hai fatto capire
che l’essere umano é fatto di amore per il prossimo, indipendentemente dalla
religione, dal credo politico, dalle ideologie. E questo insegnamento lo
porterò sempre con me, te lo prometto.
Caro papà, non dimenticherò mai le tue parole di quel giorno, non dimenticherò
mai la tua infinita bontà che avevi con tutti e soprattutto non dimenticherò
mai il tuo sguardo pieno d’amore per me, per tuo figlio.
Ciao papà.
Questa é una delle ultime foto che abbiamo insieme, sei proprio tu, con quel
tuo sguardo ironico e vivace che ti sei portato dietro fino all’ultimo, fino a
91 anni. Ti voglio bene.
Brixton é un quartiere malfamato di Londra.
In un cassetto ho ritrovato queste fotografie che feci tanti anni fa, quando stavo in quella città che amo tutt’ora, una città dalla quale non riesco a stare distante a lungo.
É passato tanto tempo, ma quella bambina bellissima me la ricordo ancora. Oggi la mamma mi avrebbe detto di non fotografarla per la privacy, perché ci sarebbe stato qulcuno pronto a dire che ne avrei fatto chissà quale uso. Io invece sono contento di farvela vedere perché ha uno sguardo da guerriera che é difficile da dimenticare.
Chissà che cosa sarà diventata oggi?
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roberto silvestri


