Da Wuhan Milano ci sono 8.648 chilometri: una distanza maggiore del raggio della terra. Tutte le volte che sono stato in Cina ho sempre avuto la percezione di questa distanza, di come il popolo italiano e quello cinese avessero caratteristiche non paragonabili uno con l’altro. In fondo anche in queste settimane ho continuato a pensarlo, come se la guerra contro questo Virus potesse essere combattuta autonomamente. Poi ho guardato queste due foto. Sono le immagini di due infermiere dopo essersi tolte le mascherine e lo schermo trasparente che portavano davanti al viso mentre lavoravano. A Milano e a Wuhan. Le piaghe dei loro volti sono identiche, i loro volti raccontano dei turni massacranti, della loro dedizione totale, del loro impegno senza sosta nel tentativo di salvare vite umane. Hanno entrambe trascorso ore ed ore senza potersi toccare il viso, senza andare in bagno, senza mai distrarsi un momento per non rischiare loro stesse di essere infettate.Ma la cosa che spiegano meglio queste due immagini, è che in fondo quelle migliaia di chilometri sono solo un numero. Queste due immagini ci raccontano che di fronte ad una battaglia così importante non esistono confini, non esistono differenze, non esistono culture. Esiste solo il genere umano e una guerra comune da vincere tutti insieme. Non dimentichiamocelo quando sarà passato il Corona Virus.

Mio figlio per una settimana non andrà a scuola. Come tutti i ragazzi della Liguria, del Piemonte, della Lombardia e di non so quante altre regioni d’Italia, starà a casa fino al 2 marzo. Anche per me la settimana non sarà molto diversa. Molti appuntamenti sono stati annullati e nei prossimi giorni andrò meno in giro. Questo significa che io e lui staremo più insieme del solito. Deve studiare, e lo farà stando seduto di fronte a me per molte ore, mattina e pomeriggio. Non mi interessa se l’idea di lasciarlo a casa sia un’iniziativa giusta o meno contro il Corona Virus, è quello che ci chiede il Governo e io non voglio discuterlo, ma il risultato per me sarà comunque positivo perché questa sosta forzata aggiungerà qualcosa al nostro rapporto. Non capita spesso di “lavorare” insieme ai propri figli, se ci pensate stiamo con loro solo quando siamo in vacanza, quando li accompagniamo da qualche parte o li andiamo a vedere alle partite, oppure quando a malavoglia vengono con noi a qualche noiosa cena con amici o parenti. Oggi invece, dopo il primo giorno di “lavori forzati”, mi rendo conto che per la prima volta abbiamo passato un giorno intero insieme, ma non un giorno di vacanza: un giorno normale, senza niente di particolare, senza sciare, visitare qualcosa, senza viaggiare, senza giocare. Semplicemente lavorando e stando ognuno al proprio tavolo come se fossimo in biblioteca; immersi nel proprio lavoro e scambiandoci solo qualche parola ogni tanto per non perdere la concentrazione oppure desiderando di fermarci ogni tanto per dire qualche battuta come due vecchi amici per riprendere un po’ di fiato. Non so se sarebbe mai capitato se non fosse capitata questa disgrazia del Corona Virus; ed ovviamente mi dispiace infinitamente per le vittime, per chi ne è stato colpito e per tutti i disagi che sta creando alla comunità. Ma sento che grazie al Corona Virus capirò qualcosa in più di mio figlio, e questo forse è l’unico aspetto positivo di questa infinita tragedia.

Ma che cosa deve succedere affinchè una sicura vittima di femminicidio venga protetta adeguatamente?

“…le donne le preferisco dell’Est; loro non creano problemi e io le tratto come mi pare…”

Così parlava della sua donna Francesco Baingio Douglas Fadda, di soprannome Big Jim perché il fisico era la sua passione. Infatti sabato Big Jim ha trattato Zdenka Krejcikova come pareva a lui.
Dopo averla picchiata e umiliata, come aveva già fatto un milione di volte, l’ha uccisa. A coltellate. Davanti alle sue due bambine di undici anni che porteranno per sempre negli occhi l’immagine del coltello che trafigge la loro mamma.
Erano in casa, a Sorso, in Provincia di Sassari. L’uomo ha iniziato a picchiarla sempre più violentemente e così lei, per salvarsi, è fuggita con le sue figlie in un bar sotto casa. Ma non ce l’ha fatta. Lui l’ha raggiunta e le ha piantato un coltello da cucina nel cuore e si è portato via le due bambine.

Poi l’hanno inseguito, l’hanno preso. Ma volete sapere una cosa? A me non me ne frega niente. Intanto lei è morta e non mi rallegra il fatto che lui andrà in carcere, magari per una decina d’anni perché gli daranno tutte le attenuanti possibili.

Tutti lo sapevano che Big Jim trattava così Zdenka Krejcikova, tutti sapevano che prima o poi l’avrebbe ammazzata. Lui si vantava di essere un bruto, un violento. Infatti un mese fa gli avevano anche impedito di avvicinarsi a lei. Credendo che lui avrebbe obbedito.

Cosa bisogna fare per proteggere le donne da questi esseri? E’ evidente che le leggi esistenti non tutelano le donne che subiscono queste violenze. E’ evidente che un provvedimento che dica ad un animale come questo che non si può avvicinare alla donna che ha sempre picchiato, non verrà rispettato. E infatti le donne uccise da uomini violenti sono all’ordine del giorno.

E quindi? Che cosa aspettiamo a fare qualcosa DI SERIO per proteggere le donne?

La trasformazione psicologica di un uomo che, attraverso gli occhi di un bambino sconosciuto, rilegge la propria vita scoprendo fragilità, contraddizioni e sentimenti inaspettati. La fuga in montagna dalla polizia, i pericoli dei sentieri a tremila metri della Val Susa e i colori violenti delle case di Camogli, diventano la cornice di un rapporto profondo che li legherà per sempre.


LA TRAMA

Marco Ducale, un architetto troppo impegnato per avere una famiglia, ha un incidente d’auto nel quale una donna muore. È notte, piove molto forte, ma con un gesto disperato riesce ad estrarre dall’altra auto il bambino che si trovava sul sedile posteriore. In preda al panico e terrorizzato dalle possibili conseguenze, anziché cercare aiuto decide di scappare in montagna portando con sé il ragazzino in una fuga irrazionale e senza meta.

Affrontando i pericoli della montagna inseguiti da un imponente schieramento di Polizia, i due iniziano a parlarsi, a conoscersi, ad avvicinarsi. Nella solitudine dei sentieri a tremila metri di quota, le domande innocenti di quel bambino di 10 anni, colpiscono profondamente l’uomo che si ritrova costretto a rivedere la propria vita da un nuovo punto di vista: senza ipocrisie, senza protezioni, senza quella corazza costruita con meticolosa attenzione durante tutta la propria vita.

Il rapporto tra i due diventa sempre più stretto, più complice, fino al punto che quel bambino, in modo del tutto inaspettato, riuscirà a rivelare a Marco una verità sconvolgente: una verità capace di cambiare per sempre la sua vita e trasformarlo in un uomo migliore.


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Hanno tre bambine bellissime, ma il matrimonio non funziona più. Discutono, litigano, non riescono a ricostruire l’amore che li ha uniti quando si sono conosciuti. Zinaida, Zina per gli amici, decide di lasciarlo e di trasferirsi poco distante, a casa dalla sorella che l’accoglie insieme alle tre bambine. Maurizio non è d’accordo. Non riesce a rassegnarsi all’idea di perdere la moglie e le figlie, di vederli andare via. Così una sera decide di aspettarla davanti a casa, davanti a quella nuova casa nella quale lui non può entrare. Sono le 22.00, l’uomo parcheggia la Peugeot ed aspetta che Zina torni dal ristorante. Quando lei arriva non le lascia il tempio di parlare, la uccide con due coltellate, una al petto e una alla gola. A sangue freddo, mentre le bambine dormono in casa senza accorgersi di nulla. Poi scappa. I vicini sentono i rumori, le urla concitate, le grida di Zina e chiamano il 118, ma non c’è nulla da fare.

Maurizio ha compiuto l’ennesimo femminicidio, un altro delitto che si aggiunge al numero di donne uccise da uomini che non comprendono che cosa sia l’amore, che non sanno costruire un rapporto, che non hanno imparato nulla della vita.
L’ho scritto altre volte: non basta che le istituzioni dicano che questi omicidi debbano finire, che le donne protestino, che si facciano manifestazioni di solidarietà. Chi deve fare qualcosa non sono le donne, ma gli UOMINI. Siamo noi che dobbiamo impegnarci a cambiare una cultura, ad insegnare ai nostri figli che l’uomo non è “forte” e la donna non è un suo possesso, che dobbiamo rifiutare anche le più piccole manifestazioni sessiste se vogliamo che tante altre donne non facciano la fine di Zina.
Ma dobbiamo essere in tanti: tanti uomini coraggiosi e capaci di ribellarsi e di dire IO NO. Io non uso un linguaggio sessista, io non insegno a mio figlio che le donne non devono vestirsi da maschiacci, io non dico a una donna che è acida perché non scopa, io non penso che esistano lavori da maschi e altri da femmine, io non accetto che un presentatore televisivo con la cravatta abbia al fianco una valletta in costume, …

Io dico NO, e vi chiedo di aiutarmi in questa battaglia condividendo il più possibile questo post perchè solo cambiando poco a poco una cultura dilagante in Italia, riusciremo a costruire una società più giusta per il futuro dei nostri figli.

24 agosto 2019 – Sono passati tre anni. Ho ancora davanti agli occhi le immagini del terremoto del 24 agosto e del 26 ottobre 2016, di quelle piccole comunità devastate da un sisma che le avrebbe cambiate per sempre. Alcune di queste hanno nomi oramai conosciuti da tutti: Amatrice, Norcia, Accumuli. Altre no. Sono le località più difficilmente raggiungibili perché nascoste dalla maestosità dei Monti Sibillini. Di queste non si legge sui giornali, non si parla nei dibattiti. Si chiamano Visso, Ussita, Arquata del Tronto, Castelsantangelo sul Nera e tante altre. Qui non sono arrivati i giornalisti, le televisioni. Per rendersi conto del loro dramma occorreva andare di persona e inerpicarsi per strade tortuose se si voleva capire la vera dimensione del dramma di chi aveva trascorso una vita in quelle zone impervie. Da allora è stato fatto molto per la ricostruzione, sono state ricostruite scuole, infrastrutture, edifici pubblici, molte case private sono in fase di realizzazione, anche se naturalmente c’è ancora molto da fare. Ma la cosa più difficile è ricreare la comunità degli abitanti, prima ancora di ricostruire gli edifici crollati. E questa si ricostruisce con la solidarietà, quella solidarietà che per l’Italia oggi è una necessità vitale

roberto silvestri

La democrazia é difficile. E crederci lo é ancora di più. Io penso che chi ha ammazzato quel carabiniere sia un delinquente, un farabutto. Ma credo che lo stato sia qualcosa che sta al di sopra di lui. Non mi dispiace vedere l’assassino (…in realtà l’amico dell’assassino), bendato e legato. Sinceramente non me ne frega niente, mi preoccupo molto di più di tante altre persone che stanno male veramente. Invece mi dispiace vedere che i Carabinieri facciano una cosa sbagliata. Mi dispiace vedere che quei poveri ragazzi, alimentati da un odio colpevolmente dilagante, abbiamo ceduto alla becera ostentazione di un’immagine che non ha nulla di eroico. Che non ha nulla di edificante. E lo hanno fatto loro malgrado. I carabinieri sono i tutori dello stato. Sono coloro che lo proteggono, sono coloro che ne difendono i principi e che lo tutelano anche da chi vorrebbe trasformare la nostra costituzione in carta straccia. Che quell’americano fighetto sia un delinquente non ci sono dubbi. Andrá in galera come é giusto che sia e come deciderà un tribunale del nostro Stato. Ma io vorrei che i nostri Carabinieri continuassero a svolgere il proprio ruolo nel rispetto delle leggi come hanno sempre fatto, che continuassero a seguire quelle leggi come loro unico principio di comportamento, che non venissero istigati ad essere barbari e incivili come vorrebbe qualche politico di oggi per puro tornaconto personale. Rispettiamo i Carabinieri, rispettiamo la Costituzione.

roberto silvestri

Deborah aveva organizzato un Karaoke sulla spiaggia di Savona. Una festa di fine luglio, come tante. Lui è entrato, le si è avvicinato e le ha sparato sei colpi. Ha ferito anche altre due donne e una bambina. Era l’ex marito, che le aveva già incendiato la casa e l’attività, che era già andato in carcere per un anno ed ora non poteva avvicinarsi a lei, secondo le forze dell’ordine. Ma lui se n’è fregato e l’ha ammazzata. Lo stalking e gli incendi non gli bastavano più.
Ora Deborah è morta. Le istituzioni fanno a gara per dire che questo tipo di omicidio così odioso deve finire. Ma non basta dirlo, bisogna cambiare una cultura. E questo compito non spetta alle donne, ma agli uomini. Non serve che siano le vittime a urlare, a manifestare, a protestare. Siamo noi uomini che dobbiamo ribellarci, che dobbiamo insegnare ai nostri figli a non avere comportamenti sessisti, che dobbiamo stare attenti alle parole, agli stereotipi del “vero uomo” ad una cultura che in molte parti è intrisa di piccole manifestazioni di violenza nei confronti delle donne. 
E noi uomini dobbiamo avere il coraggio di dire IO NO. Dobbiamo avere il coraggio non solo di opporci a questi comportamenti, ma anche di rifiutare quelli degli altri. Dobbiamo dare peso alle piccole cose, a quelle frasi apparentemente insignificanti ma che contribuiscono a costruire un mondo nel quale la donna, per alcuni, è un possesso dell’uomo. Una merce di cui può disporne. Un oggetto che può manipolare come crede. Ecco che cosa dobbiamo fare noi uomini: ribellarci e dire IO NO.

Pochi minuti fa, hanno fatto esplodere il Ponte Morandi.
Mi sono commosso.
Per noi genovesi non era solo un ponte, era IL PONTE. Quando ci passavamo stando seduti sui sedili posteriori senza cinture, i nostri genitori ci raccontavano di quando lo avevano costruito, di questo Ingegnere che si chiamava come un cantante che faceva opere straordinarie e spericolate in tutto il mondo.
Poi i discorsi passavano inevitabilmente ai ponti più famosi, a quello di Brooklyn, al Golden Gate. E noi bambini ci sentivamo orgogliosi di averne uno “fatto così” anche a Genova. Ci sentivamo americani anche noi, solo perché avevamo il ponte strallato come quelli che vedevamo alla televisione.
Un anno fa quel maledetto ponte ha portato via tante vite umane, anche se la colpa non era di chi l’ha pensato.
Oggi la sua demolizione ha rubato anche parte dei nostri ricordi di bambini di Genova.
Ringrazio Francesco, il ragazzi di 15 anni di Certosa che ha fatto questo filmato che resterà indelebile nella mia memoria e in quella di tanti genovesi.

A Genova c’è il porto. Nella sua storia sono arrivate milioni di persone, da tutte le parti del mondo. Alcuni solo di passaggio, altri si sono fermati. Questo ci ha resi tutti i meticci. Persone Ibride. In dialetto qui il pomodoro si chiama Tomata e il carciofo Ardiciocca, proprio come in inglese Tomato e Artichoke. Da noi quando c’è confusione diciamo che c’è un Ramadan, i famosi Camalli hanno rubato il nome dall’arabo Hamal. Ma siamo sempregenovesi, con il nostro carattere burbero e scontroso. Uomini e donne capaci di ripartire quando crolla un ponte, quando ci devasta un’alluvione o quando il mare distrugge il lavoro di tanti anni. Spesso senza chiedere aiuto, perché siamo fatti così. Perché questa è la nostra storia. Ed è quello che ci hanno insegnato.
E io oggi dovrei aver paura di 17 bambini, 23 donne e 60 uomini che arrivano da chissà dove?
Che cosa farebbe mio nonno se glielo raccontassi? Riderebbe di me, ecco che cosa farebbe.
Oggi i nostri politici vengono da fuori e non conoscono la nostra storia. Dovrebbero parlare con i nostri vecchi, con chi ha combattuto davvero per la libertà. Gli spiegherebbero che 100 “neri” non ci fanno paura. Gli risponderebbero che qui a Genova ne abbiamo visti di tutti i colori, bianchi gialli, neri, …birulò, per dirlo in dialetto. Parlerebbero senza dare importanza al politico di turno, continuando a lavorare perché il tempo non si deve sprecare. Ma gli direbbero anche di non farli scappare, perché 100 migranti ci servono, perché a Genova c’è sempre da fare. E 100 sono anche pochi.