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Mio figlio per una settimana non andrà a scuola. Come tutti i ragazzi della Liguria, del Piemonte, della Lombardia e di non so quante altre regioni d’Italia, starà a casa fino al 2 marzo. Anche per me la settimana non sarà molto diversa. Molti appuntamenti sono stati annullati e nei prossimi giorni andrò meno in giro. Questo significa che io e lui staremo più insieme del solito. Deve studiare, e lo farà stando seduto di fronte a me per molte ore, mattina e pomeriggio. Non mi interessa se l’idea di lasciarlo a casa sia un’iniziativa giusta o meno contro il Corona Virus, è quello che ci chiede il Governo e io non voglio discuterlo, ma il risultato per me sarà comunque positivo perché questa sosta forzata aggiungerà qualcosa al nostro rapporto. Non capita spesso di “lavorare” insieme ai propri figli, se ci pensate stiamo con loro solo quando siamo in vacanza, quando li accompagniamo da qualche parte o li andiamo a vedere alle partite, oppure quando a malavoglia vengono con noi a qualche noiosa cena con amici o parenti. Oggi invece, dopo il primo giorno di “lavori forzati”, mi rendo conto che per la prima volta abbiamo passato un giorno intero insieme, ma non un giorno di vacanza: un giorno normale, senza niente di particolare, senza sciare, visitare qualcosa, senza viaggiare, senza giocare. Semplicemente lavorando e stando ognuno al proprio tavolo come se fossimo in biblioteca; immersi nel proprio lavoro e scambiandoci solo qualche parola ogni tanto per non perdere la concentrazione oppure desiderando di fermarci ogni tanto per dire qualche battuta come due vecchi amici per riprendere un po’ di fiato. Non so se sarebbe mai capitato se non fosse capitata questa disgrazia del Corona Virus; ed ovviamente mi dispiace infinitamente per le vittime, per chi ne è stato colpito e per tutti i disagi che sta creando alla comunità. Ma sento che grazie al Corona Virus capirò qualcosa in più di mio figlio, e questo forse è l’unico aspetto positivo di questa infinita tragedia.

La trasformazione psicologica di un uomo che, attraverso gli occhi di un bambino sconosciuto, rilegge la propria vita scoprendo fragilità, contraddizioni e sentimenti inaspettati. La fuga in montagna dalla polizia, i pericoli dei sentieri a tremila metri della Val Susa e i colori violenti delle case di Camogli, diventano la cornice di un rapporto profondo che li legherà per sempre.


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LA TRAMA

Marco Ducale, un architetto troppo impegnato per avere una famiglia, ha un incidente d’auto nel quale una donna muore. È notte, piove molto forte, ma con un gesto disperato riesce ad estrarre dall’altra auto il bambino che si trovava sul sedile posteriore. In preda al panico e terrorizzato dalle possibili conseguenze, anziché cercare aiuto decide di scappare in montagna portando con sé il ragazzino in una fuga irrazionale e senza meta.

Affrontando i pericoli della montagna inseguiti da un imponente schieramento di Polizia, i due iniziano a parlarsi, a conoscersi, ad avvicinarsi. Nella solitudine dei sentieri a tremila metri di quota, le domande innocenti di quel bambino di 10 anni, colpiscono profondamente l’uomo che si ritrova costretto a rivedere la propria vita da un nuovo punto di vista: senza ipocrisie, senza protezioni, senza quella corazza costruita con meticolosa attenzione durante tutta la propria vita.

Il rapporto tra i due diventa sempre più stretto, più complice, fino al punto che quel bambino, in modo del tutto inaspettato, riuscirà a rivelare a Marco una verità sconvolgente: una verità capace di cambiare per sempre la sua vita e trasformarlo in un uomo migliore.


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roberto silvestri

La democrazia é difficile. E crederci lo é ancora di più. Io penso che chi ha ammazzato quel carabiniere sia un delinquente, un farabutto. Ma credo che lo stato sia qualcosa che sta al di sopra di lui. Non mi dispiace vedere l’assassino (…in realtà l’amico dell’assassino), bendato e legato. Sinceramente non me ne frega niente, mi preoccupo molto di più di tante altre persone che stanno male veramente. Invece mi dispiace vedere che i Carabinieri facciano una cosa sbagliata. Mi dispiace vedere che quei poveri ragazzi, alimentati da un odio colpevolmente dilagante, abbiamo ceduto alla becera ostentazione di un’immagine che non ha nulla di eroico. Che non ha nulla di edificante. E lo hanno fatto loro malgrado. I carabinieri sono i tutori dello stato. Sono coloro che lo proteggono, sono coloro che ne difendono i principi e che lo tutelano anche da chi vorrebbe trasformare la nostra costituzione in carta straccia. Che quell’americano fighetto sia un delinquente non ci sono dubbi. Andrá in galera come é giusto che sia e come deciderà un tribunale del nostro Stato. Ma io vorrei che i nostri Carabinieri continuassero a svolgere il proprio ruolo nel rispetto delle leggi come hanno sempre fatto, che continuassero a seguire quelle leggi come loro unico principio di comportamento, che non venissero istigati ad essere barbari e incivili come vorrebbe qualche politico di oggi per puro tornaconto personale. Rispettiamo i Carabinieri, rispettiamo la Costituzione.

roberto silvestri

Deborah aveva organizzato un Karaoke sulla spiaggia di Savona. Una festa di fine luglio, come tante. Lui è entrato, le si è avvicinato e le ha sparato sei colpi. Ha ferito anche altre due donne e una bambina. Era l’ex marito, che le aveva già incendiato la casa e l’attività, che era già andato in carcere per un anno ed ora non poteva avvicinarsi a lei, secondo le forze dell’ordine. Ma lui se n’è fregato e l’ha ammazzata. Lo stalking e gli incendi non gli bastavano più.
Ora Deborah è morta. Le istituzioni fanno a gara per dire che questo tipo di omicidio così odioso deve finire. Ma non basta dirlo, bisogna cambiare una cultura. E questo compito non spetta alle donne, ma agli uomini. Non serve che siano le vittime a urlare, a manifestare, a protestare. Siamo noi uomini che dobbiamo ribellarci, che dobbiamo insegnare ai nostri figli a non avere comportamenti sessisti, che dobbiamo stare attenti alle parole, agli stereotipi del “vero uomo” ad una cultura che in molte parti è intrisa di piccole manifestazioni di violenza nei confronti delle donne. 
E noi uomini dobbiamo avere il coraggio di dire IO NO. Dobbiamo avere il coraggio non solo di opporci a questi comportamenti, ma anche di rifiutare quelli degli altri. Dobbiamo dare peso alle piccole cose, a quelle frasi apparentemente insignificanti ma che contribuiscono a costruire un mondo nel quale la donna, per alcuni, è un possesso dell’uomo. Una merce di cui può disporne. Un oggetto che può manipolare come crede. Ecco che cosa dobbiamo fare noi uomini: ribellarci e dire IO NO.

Pochi minuti fa, hanno fatto esplodere il Ponte Morandi.
Mi sono commosso.
Per noi genovesi non era solo un ponte, era IL PONTE. Quando ci passavamo stando seduti sui sedili posteriori senza cinture, i nostri genitori ci raccontavano di quando lo avevano costruito, di questo Ingegnere che si chiamava come un cantante che faceva opere straordinarie e spericolate in tutto il mondo.
Poi i discorsi passavano inevitabilmente ai ponti più famosi, a quello di Brooklyn, al Golden Gate. E noi bambini ci sentivamo orgogliosi di averne uno “fatto così” anche a Genova. Ci sentivamo americani anche noi, solo perché avevamo il ponte strallato come quelli che vedevamo alla televisione.
Un anno fa quel maledetto ponte ha portato via tante vite umane, anche se la colpa non era di chi l’ha pensato.
Oggi la sua demolizione ha rubato anche parte dei nostri ricordi di bambini di Genova.
Ringrazio Francesco, il ragazzi di 15 anni di Certosa che ha fatto questo filmato che resterà indelebile nella mia memoria e in quella di tanti genovesi.

A Genova c’è il porto. Nella sua storia sono arrivate milioni di persone, da tutte le parti del mondo. Alcuni solo di passaggio, altri si sono fermati. Questo ci ha resi tutti i meticci. Persone Ibride. In dialetto qui il pomodoro si chiama Tomata e il carciofo Ardiciocca, proprio come in inglese Tomato e Artichoke. Da noi quando c’è confusione diciamo che c’è un Ramadan, i famosi Camalli hanno rubato il nome dall’arabo Hamal. Ma siamo sempregenovesi, con il nostro carattere burbero e scontroso. Uomini e donne capaci di ripartire quando crolla un ponte, quando ci devasta un’alluvione o quando il mare distrugge il lavoro di tanti anni. Spesso senza chiedere aiuto, perché siamo fatti così. Perché questa è la nostra storia. Ed è quello che ci hanno insegnato.
E io oggi dovrei aver paura di 17 bambini, 23 donne e 60 uomini che arrivano da chissà dove?
Che cosa farebbe mio nonno se glielo raccontassi? Riderebbe di me, ecco che cosa farebbe.
Oggi i nostri politici vengono da fuori e non conoscono la nostra storia. Dovrebbero parlare con i nostri vecchi, con chi ha combattuto davvero per la libertà. Gli spiegherebbero che 100 “neri” non ci fanno paura. Gli risponderebbero che qui a Genova ne abbiamo visti di tutti i colori, bianchi gialli, neri, …birulò, per dirlo in dialetto. Parlerebbero senza dare importanza al politico di turno, continuando a lavorare perché il tempo non si deve sprecare. Ma gli direbbero anche di non farli scappare, perché 100 migranti ci servono, perché a Genova c’è sempre da fare. E 100 sono anche pochi.

Mio figlio non è un campione di sport, non vince le gare, le partite, non è richiesto da questa o quella squadra, non ha un allenatore che lo adora, non va ai campionati in giro per l’Italia…insomma, è un ragazzo normale.

In realtà no.
Non è affatto un ragazzo “normale”.

Ha una montagna di qualità come quasi tutti i ragazzi. Come tutti i genitori potrei passare ore ad elencare le sue doti ma una mancherebbe: non ha la competizione nel sangue e non sente il desiderio di essere il più bravo di tutti, di “massacrare” gli altri nello sport.

Ma perché scrivo questo?

Lo scrivo perché sono un po’ stufo di sentire i racconti di altri genitori che raccontano le gesta eroiche dei figli nello sport quando ti incontrano, quando ti rivedono anche dopo anni, quando li incroci per caso.
Non so mai cosa rispondere: il figlio degli altri ha sempre vinto un campionato, ha sempre una finale da fare, costringe sempre la famiglia a non fare qualcosa perché deve allenarsi per un’occasione importantissimo.

Mio figlio no.
E’ pigro? Per niente.
Non gli ho insegnato la competizione da piccolo?
Forse.
E’ diverso dagli altri?
Non credo proprio.

Semplicemente non è cresciuto con lo spirito competitivo nel sangue. Ho cercato in tutti i modi di non trasmetterglielo, convinto che sarebbe stato più sereno se non avesse avuto questo incubo per tutta la vita. I nostri ragazzi sono continuamente perseguitati dalla necessità di primeggiare, di sentirsi meglio degli altri, a volte questo diventa un vero problema psicologico e quello che penso è che gran parte della colpa in questo caso l’abbiamo proprio noi genitori. Soprattutto quando cerchiamo di riprodurre nella loro vita ciò che non siamo riusciti a fare noi stessi, e questo è un atteggiamento che dilaga tra i padri purtroppo.

Sapete che cosa vi dico? Che personalmente credo a meno della metà dei racconti di gesta sportive eroiche fatte dai genitori di tutti questi piccoli fenomeni dei campi da calcio, delle palestre o delle piscine. E quando sento questi racconti così enfatizzati, il più delle volte provo un po’ di pena per quei figli, per la fatica che devono fare ogni giorno per soddisfare i sogni del papà.
Alla frustrazione che li accompagna e li accompagnerà per tanti anni della loro vita.

Lo sport è una cosa diversa, è una passione che deve crescere in modo autonomo nei ragazzi, senza avere influenze così pesanti da parte dei genitori, senza essere un obbligo che serva a coprire sogni di mamma e papà. Fortunatamente per molti giovani è ancora così, che amano quello che fanno senza avere pressioni esterne, senza sentirsi obbligati. E in questo caso diventa davvero formativo, una parte importantissima della crescita.

Facciamo in modo che i nostri figli crescano sereni, felici, imparino ad apprezzare la propria vita, senza dover soddisfare le frustrazioni dei genitori.

In questo modo avremo fatto il nostro mestiere di genitori.

Ivan prende il bicchiere appoggiato sul banco in massello di rovere lasciando un segno perfettamente circolare nel sottile strato di polvere di legno che ricopre il vecchio tavolo da lavoro. Dalla parete a fianco entra un fascio di luce netto, dai confini quasi palpabili che taglia in due il laboratorio definendo un fronte e un retro completamente separati. La foto è lievemente sfuocata, rovinata, con una leggera curvatura che si è formata nel tempo, stando dentro a quel bicchiere anziché stesa sotto un vetro o in un album di ricordi. Ma Ivan non ha mai voluto spostarla: l’ha sempre tenuta lì dentro come se fosse una compagna, come se la sua presenza fosse diventata indispensabile e non potesse trovare la forza di separarsene. Per un momento resta in silenzio, osservando con attenzione il centro dell’immagine come se stesse entrando, o forse ritornando, in quel panorama caotico di mille volti alle spalle della donna ritratta in primo piano. Si erano conosciuti da poco, durante una delle tante manifestazioni alle quali in quegli anni gli studenti universitari partecipavano quotidianamente. Lei era determinata, dura, convinta che passare all’azione fosse una conseguenza indispensabile di quei cortei. Lui non era così certo, ma decise di seguirla per non perderla, o per proteggerla dalla sua stessa irruenza, dal suo desiderio di tracciare un solco da seguire per tutti gli altri.
O forse semplicemente perché l’amava, e questo era abbastanza.
Io lo lascio parlare, resto in silenzio, ad ascoltare. Penso che ho poco tempo, che dovrei tornare a lavorare ma non riesco ad interrompere il suo racconto così vero, così profondo. Un racconto sospinto da una passione che io non conosco.
Lo invidio.
Non ne sono mai stato capace.
Mentre guardo la sua mano gesticolare con la fotografia in mano e sorridere asciugandosi il sudore con la manica della camicia, mi accorgo che non riesco più ad ascoltarlo, che penso alla mia vita, a tutto ciò che ho costruito per saturarla, per colmarne gli angoli e renderla impermeabile anche alla più piccola incertezza. Non so se ho perso qualcosa, forse al contrario sono riuscito ad arricchire ogni ritaglio della mia esistenza. Vorrei riuscire a desiderare di tornare indietro per ripercorrere gli anni trascorsi. Per modificarli, per spostarli su direzioni sconosciute, interpretando altre vite che non ho mai avuto il coraggio di abbracciare.
Ma sarebbe inutile, sono certo che tornerei esattamente in questo stesso punto, che mi ritroverei nel laboratorio di Ivan a guardarlo mentre con una vecchia fotografia in mano e un bicchiere sporco di polvere di legno nell’altra, racconta una storia d’amore meravigliosa, una storia che io non ho mai voluto vivere.
Ma io sono come sono.

roberto silvestri

Oggi parlo di una storia triste, una storia che non vorrei raccontare. 
Ma della quale bisogna parlare invece. Aiutatemi a condividere questo post e a raccontare a più persone possibile una verità troppo spesso nascosta.

In Italia, negli ultimi 5 anni, oltre 400 mila bambini hanno assistito a scene di violenza domestica.
E’ un fenomeno sottovalutato.
E’ una tragedia nella tragedia.
E’ un aspetto del quale si parla ancora meno della violenza domestica stessa.
Ma sui bambini, osservare la violenza, porta conseguenze gravissime: ritardi nello sviluppo, ansia, incapacità di socializzazione, depressione, perdita di autostima.
Da tempo penso a questo tema del quale nessuno parla, che Save the Children denuncia ma che non è presente nella stampa, nella tv, nella radio e in nessun media.
Capisco perché: perché il bambino testimone di violenza non può denunciare, non è vittima, non è protagonista, non ha un ruolo. Non è nessuno.
E allora che cosa facciamo?
Non ho la soluzione in tasca, ma non mi basta dire che bisogna tenere sotto osservazione i ragazzi, che bisogna cogliere ogni segnale, che bisogna stare attenti.
Non è sufficiente.
400 mila bambini sono tanti, sono troppi. 
Iniziamo a parlarne, a sollevare il problema, ad aiutare Save the Children, a discuterne.
A cercare delle strade per aiutare i più deboli della nostra società.
Sarebbe bello che ora potessi dirvi che cosa bisogna fare.
Purtroppo non lo so. O meglio, non lo so ancora.
Ma so che vorrei sapere che cosa ne pensate anche voi.
Insieme possiamo fare qualcosa.

https://www.savethechildren.it/…/violenza-assistita-italia-…

Martedì sono stato in un carcere a vedere uno spettacolo teatrale dei detenuti e ho avuto un incontro che mi ha colpito. Ho scritto questo per raccontarvelo.
Ci metterete due minuti a leggerlo, ma vi farà riflettere.

100 METRI
Questa era la distanza tra le nostre case. Erano gli anni 70, quelli subito dopo la ricostruzione post bellica, la legge 167, il Piano Fanfani. Un crinale divideva la collina dove abitavo in due parti adiacenti ma che rappresentavano due mondi diversi. Sul fianco sud, la strada con le case costruite per dipendenti pubblici, bancari, impiegati di enti statali. Nella strada a nord c’erano le case popolari. Quelle destinate agli immigrati che allora venivano dal meridione. Erano i terroni, quelli che a casa loro lavoravano la terra. Non erano molto diversi dai migranti di oggi: anche loro erano scuri in volto, capelli neri e i genitori non sapevano l’italiano. Ma i loro figli si. Quelli lo parlavano come noi che vivevamo dall’altra parte del crinale. Esattamente a metà, proprio sulla linea di confine tra questi due mondi, c’era la chiesa, la parrocchia di Santa Maria. Per noi bambini era l’oratorio, il posto dove giocavamo tutti i pomeriggi. Io avevo 10 anni e non capivo la differenza tra gli amici che abitavano a sud e quelli che stavano a nord. Eravamo tutti uguali allora, ci interessava solo sfidarci a ping pong o a pallone. E le squadre erano miste. Ieri sera ho rivisto Riccardo. Ero in un teatro strano, dentro al carcere di Marassi e stavo guardando uno spettacolo bellissimo nel quale gli attori erano i detenuti. Un’attività che consente loro di ricrearsi una vita quando usciranno. Appena Riccardo è salito sul palco l’ho riconosciuto subito anche se sono passati 40 anni. Ha ancora gli stessi lineamenti anche se è ingrassato e con il vestito di scena era molto diverso dagli anni 70. 
Abitavamo a 100 metri di distanza.
Pochissimo.
Ma le nostre vite erano destinate ad essere diverse perché lui viveva nella parte nord della collina e io in quella a sud. Perché chi saliva verso la chiesa con il sole alle spalle, dopo la terza media andava al liceo o a ragioneria se aveva poca voglia di studiare, mentre chi aveva il sole in faccia la domenica mattina per andare a messa come se fosse ancora nei campi dei suoi genitori, a quattordici anni andava a fare il meccanico o il benzinaio. Se era fortunato. 
Alla fine dello spettacolo ho parlato qualche minuto con lui. Ci ricordavamo benissimo uno dell’altro ed eravamo un po’ in imbarazzo. Entrambi. Come se fosse un destino ineluttabile mi ha raccontato che quasi nessuno dei bambini con i quali giocavamo è stato fortunato. La droga li ha portati via tutti, o quasi. Ne abbiamo elencati una decina. Allora c’era l’eroina, che anche se naturale non risparmiava nessuno, neppure se la chiesa ti consentiva di giocare con bambini che l’anno dopo sarebbero andati al liceo. Solo uno di loro è ancora vivo, si chiama Antonio. E’ l’unico restato al mondo oltre a lui che ha la fortuna di fare l’attore in Carcere e di sapere che prima o poi tornerà a casa: sempre nella stessa via da dove non si è mai spostato.
Mentre tornavo a casa dopo aver parlato con lui, ho sentito il bisogno di tornare in quella via dove non abito più da decenni, in quella strada da dove la mia famiglia si è spostata pochi anni dopo per andare a vivere in un elegante quartiere residenziale secondo un modello di crescita sociale naturale per chi viveva a sud del crinale. Ho rivisto la mia vecchia casa, la strada tortuosa, gli alberi sui quali ci arrampicavamo. E ho rivisto la strada dove abitava Riccardo, più stretta della mia, più impervia, più brutta in fondo. Allora non me ne rendevo conto, mi sembrava uguale. Poi mi sono fermato anche davanti alla Parrocchia di Santa Maria. Ora ci hanno messo un cancello davanti e hanno trasformato il sagrato in un parcheggio. Non so se esiste ancora il grande oratorio al piano di sotto. Ma in fondo non importa, perché anche se quella chiesa è stata costruita esattamente sul confine non è riuscita a tenere in vita tutti quei ragazzi. Fortunatamente qualcuno di loro è rimasto. Riccardo è uno di questi: forse era più forte, più bravo, più acuto. Ora ha un compito difficile, ma per quel poco che abbiamo parlato, ho capito che lo porterà a termine. Che uscirà dal carcere e ricostruirà una vita diversa per sé, per la sua famiglia, per i suoi amici di allora. Probabilmente non farà l’attore ma non importa, io sono sicuro che ce la farà e sono felice di aver ritrovato un amico.