Hanno tre bambine bellissime, ma il matrimonio non funziona più. Discutono, litigano, non riescono a ricostruire l’amore che li ha uniti quando si sono conosciuti. Zinaida, Zina per gli amici, decide di lasciarlo e di trasferirsi poco distante, a casa dalla sorella che l’accoglie insieme alle tre bambine. Maurizio non è d’accordo. Non riesce a rassegnarsi all’idea di perdere la moglie e le figlie, di vederli andare via. Così una sera decide di aspettarla davanti a casa, davanti a quella nuova casa nella quale lui non può entrare. Sono le 22.00, l’uomo parcheggia la Peugeot ed aspetta che Zina torni dal ristorante. Quando lei arriva non le lascia il tempio di parlare, la uccide con due coltellate, una al petto e una alla gola. A sangue freddo, mentre le bambine dormono in casa senza accorgersi di nulla. Poi scappa. I vicini sentono i rumori, le urla concitate, le grida di Zina e chiamano il 118, ma non c’è nulla da fare.

Maurizio ha compiuto l’ennesimo femminicidio, un altro delitto che si aggiunge al numero di donne uccise da uomini che non comprendono che cosa sia l’amore, che non sanno costruire un rapporto, che non hanno imparato nulla della vita.
L’ho scritto altre volte: non basta che le istituzioni dicano che questi omicidi debbano finire, che le donne protestino, che si facciano manifestazioni di solidarietà. Chi deve fare qualcosa non sono le donne, ma gli UOMINI. Siamo noi che dobbiamo impegnarci a cambiare una cultura, ad insegnare ai nostri figli che l’uomo non è “forte” e la donna non è un suo possesso, che dobbiamo rifiutare anche le più piccole manifestazioni sessiste se vogliamo che tante altre donne non facciano la fine di Zina.
Ma dobbiamo essere in tanti: tanti uomini coraggiosi e capaci di ribellarsi e di dire IO NO. Io non uso un linguaggio sessista, io non insegno a mio figlio che le donne non devono vestirsi da maschiacci, io non dico a una donna che è acida perché non scopa, io non penso che esistano lavori da maschi e altri da femmine, io non accetto che un presentatore televisivo con la cravatta abbia al fianco una valletta in costume, …

Io dico NO, e vi chiedo di aiutarmi in questa battaglia condividendo il più possibile questo post perchè solo cambiando poco a poco una cultura dilagante in Italia, riusciremo a costruire una società più giusta per il futuro dei nostri figli.

24 agosto 2019 – Sono passati tre anni. Ho ancora davanti agli occhi le immagini del terremoto del 24 agosto e del 26 ottobre 2016, di quelle piccole comunità devastate da un sisma che le avrebbe cambiate per sempre. Alcune di queste hanno nomi oramai conosciuti da tutti: Amatrice, Norcia, Accumuli. Altre no. Sono le località più difficilmente raggiungibili perché nascoste dalla maestosità dei Monti Sibillini. Di queste non si legge sui giornali, non si parla nei dibattiti. Si chiamano Visso, Ussita, Arquata del Tronto, Castelsantangelo sul Nera e tante altre. Qui non sono arrivati i giornalisti, le televisioni. Per rendersi conto del loro dramma occorreva andare di persona e inerpicarsi per strade tortuose se si voleva capire la vera dimensione del dramma di chi aveva trascorso una vita in quelle zone impervie. Da allora è stato fatto molto per la ricostruzione, sono state ricostruite scuole, infrastrutture, edifici pubblici, molte case private sono in fase di realizzazione, anche se naturalmente c’è ancora molto da fare. Ma la cosa più difficile è ricreare la comunità degli abitanti, prima ancora di ricostruire gli edifici crollati. E questa si ricostruisce con la solidarietà, quella solidarietà che per l’Italia oggi è una necessità vitale

Oggi sono felice.
Perché finalmente li hanno lasciati sbarcare.
Dopo aver viaggiato per settimane, dopo aver subito abusi e sofferto la fame, dopo essere state violentate e trattate come schiave, dopo aver pianto disperatamente e aver pensato che non avrebbero mai dovuto fare quel viaggio.
Sono persone. Sono donne, uomini, bambini che hanno un nome ed una storia alle spalle, persone che amano, piangono e che fortunatamente ridono, come sono riusciti a fare grazie ai volontari che li hanno salvati.
Qualcuno avrebbe voluto che anche io mi dimenticassi che sono esseri umani come i nostri figli. Qualcuno avrebbe voluto che anche io mi convincessi che si potessero lasciar morire in mare, come bestie.
Ma io non dimentico chi sono io e chi sono loro. Non dimentico che ogni essere umano deve essere salvato se in pericolo.
Si chiama UMANITA’
E oggi sono felice perchè dopo tanti mesi, vedo che in lo stato italiano non ha perso la propria UMANITA’.

roberto silvestri

La democrazia é difficile. E crederci lo é ancora di più. Io penso che chi ha ammazzato quel carabiniere sia un delinquente, un farabutto. Ma credo che lo stato sia qualcosa che sta al di sopra di lui. Non mi dispiace vedere l’assassino (…in realtà l’amico dell’assassino), bendato e legato. Sinceramente non me ne frega niente, mi preoccupo molto di più di tante altre persone che stanno male veramente. Invece mi dispiace vedere che i Carabinieri facciano una cosa sbagliata. Mi dispiace vedere che quei poveri ragazzi, alimentati da un odio colpevolmente dilagante, abbiamo ceduto alla becera ostentazione di un’immagine che non ha nulla di eroico. Che non ha nulla di edificante. E lo hanno fatto loro malgrado. I carabinieri sono i tutori dello stato. Sono coloro che lo proteggono, sono coloro che ne difendono i principi e che lo tutelano anche da chi vorrebbe trasformare la nostra costituzione in carta straccia. Che quell’americano fighetto sia un delinquente non ci sono dubbi. Andrá in galera come é giusto che sia e come deciderà un tribunale del nostro Stato. Ma io vorrei che i nostri Carabinieri continuassero a svolgere il proprio ruolo nel rispetto delle leggi come hanno sempre fatto, che continuassero a seguire quelle leggi come loro unico principio di comportamento, che non venissero istigati ad essere barbari e incivili come vorrebbe qualche politico di oggi per puro tornaconto personale. Rispettiamo i Carabinieri, rispettiamo la Costituzione.

roberto silvestri

Deborah aveva organizzato un Karaoke sulla spiaggia di Savona. Una festa di fine luglio, come tante. Lui è entrato, le si è avvicinato e le ha sparato sei colpi. Ha ferito anche altre due donne e una bambina. Era l’ex marito, che le aveva già incendiato la casa e l’attività, che era già andato in carcere per un anno ed ora non poteva avvicinarsi a lei, secondo le forze dell’ordine. Ma lui se n’è fregato e l’ha ammazzata. Lo stalking e gli incendi non gli bastavano più.
Ora Deborah è morta. Le istituzioni fanno a gara per dire che questo tipo di omicidio così odioso deve finire. Ma non basta dirlo, bisogna cambiare una cultura. E questo compito non spetta alle donne, ma agli uomini. Non serve che siano le vittime a urlare, a manifestare, a protestare. Siamo noi uomini che dobbiamo ribellarci, che dobbiamo insegnare ai nostri figli a non avere comportamenti sessisti, che dobbiamo stare attenti alle parole, agli stereotipi del “vero uomo” ad una cultura che in molte parti è intrisa di piccole manifestazioni di violenza nei confronti delle donne. 
E noi uomini dobbiamo avere il coraggio di dire IO NO. Dobbiamo avere il coraggio non solo di opporci a questi comportamenti, ma anche di rifiutare quelli degli altri. Dobbiamo dare peso alle piccole cose, a quelle frasi apparentemente insignificanti ma che contribuiscono a costruire un mondo nel quale la donna, per alcuni, è un possesso dell’uomo. Una merce di cui può disporne. Un oggetto che può manipolare come crede. Ecco che cosa dobbiamo fare noi uomini: ribellarci e dire IO NO.

Pochi minuti fa, hanno fatto esplodere il Ponte Morandi.
Mi sono commosso.
Per noi genovesi non era solo un ponte, era IL PONTE. Quando ci passavamo stando seduti sui sedili posteriori senza cinture, i nostri genitori ci raccontavano di quando lo avevano costruito, di questo Ingegnere che si chiamava come un cantante che faceva opere straordinarie e spericolate in tutto il mondo.
Poi i discorsi passavano inevitabilmente ai ponti più famosi, a quello di Brooklyn, al Golden Gate. E noi bambini ci sentivamo orgogliosi di averne uno “fatto così” anche a Genova. Ci sentivamo americani anche noi, solo perché avevamo il ponte strallato come quelli che vedevamo alla televisione.
Un anno fa quel maledetto ponte ha portato via tante vite umane, anche se la colpa non era di chi l’ha pensato.
Oggi la sua demolizione ha rubato anche parte dei nostri ricordi di bambini di Genova.
Ringrazio Francesco, il ragazzi di 15 anni di Certosa che ha fatto questo filmato che resterà indelebile nella mia memoria e in quella di tanti genovesi.

C’è una cosa che un uomo impara da giovane: che mai potrà reggere una discussione con ‘lei’. Perché lei sarà sempre più brava, avrà più argomenti, saprà dire più cose. Questo è un problema per un uomo, un problema che a volte porta alla violenza, ma questa è un’altra storia.
C’è una spiegazione a questo.
Immaginatevi due case.
La prima è un loft americano: una di quelle case che si vedono nei film fatte di un’unica stanza in cui tutto è visibile, in cui tutto fa parte di un’unica composizione, dove le cose sono legate tra loro in modo indissolubile. Quel vaso sulla mensola è stato comprato in Grecia in un’isola che si vede nella foto sulla parete, l’anno dopo che è nato Pietro che ha compiuto 10 anni e per questo ieri sera i suoi compagni di classe erano tutti qui. Tutte le cose sono collegate, sono connesse, fanno parte di un unico disegno complessivo.
Pensate ora ad un’altra casa.
C’è un ingresso con due porte. Una va nella zona notte, in cui un corridoio porta alle camere che hanno ciascuna il proprio bagno. La zona giorno è divisa in cucina, sala e pranzo. La cucina è chiusa per non sentire gli odori e la sala per la tv ha una porta doppia scorrevole che la divide dal resto. Tutto è rigorosamente separato e ben ordinato, ed ogni cosa ha un proprio spazio.
Ecco, la donna ragiona come se la sua mente fosse quel loft. Ogni ricordo, ogni oggetto, ogni frase è legata a qualcos’altro in una sequenza di anelli che compongono tutta la sua vita. Non si può dimenticare nulla, perché ogni cosa conduce ad un’altra e ad un’altra ancora. I ricordi non si cancellano perché non si può spezzare quella catena.
La mente dell’uomo è invece la seconda casa. Una casa in cui ogni cosa ha un proprio posto, un proprio spazio, una stanza separata dalle altre da una solida porta, meglio se blindata. Quando l’uomo è in camera, la cucina non esiste, quando è nello studio potrebbero bruciare il bagno senza che lui se ne accorga. I ricordi, i pensieri non sono legati in una sequenza, ma sono separati in ambienti diversi e non c’è possibilità di collegamento.
Per questo che un uomo sa bene che mai potrà confrontarsi con una donna, perché lei avrà sempre più ricordi, più argomenti, più giustificazioni.
Ma non è tutto.
Perché ogni uomo ha anche un’altra stanza.
E’ la stanza del nulla. Una stanza vuota dove si rifugia, dove fugge, dove i pensieri non esistono perché annullati completamente. Il vuoto assoluto. Per questo un uomo può passare una giornata a guardare i goal di tutti i campionati d’Europa o può riordinare la sua collezione di dischi. Perché è entrato nella stanza del nulla, e se gli chiedete che cosa sta facendo, non saprà rispondervi, perché si è rifugiato nel nulla e in fondo non gli interessa nulla ciò che sta facendo. E’ solo assente.
Non bisogna chiedersi perché. Bisogna solo accettare che è così, e tutto sarà più semplice

Brixton é un quartiere malfamato di Londra.
In un cassetto ho ritrovato queste fotografie che feci tanti anni fa, quando stavo in quella città che amo tutt’ora, una città dalla quale non riesco a stare distante a lungo.
É passato tanto tempo, ma quella bambina bellissima me la ricordo ancora. Oggi la mamma mi avrebbe detto di non fotografarla per la privacy, perché ci sarebbe stato qulcuno pronto a dire che ne avrei fatto chissà quale uso. Io invece sono contento di farvela vedere perché ha uno sguardo da guerriera che é difficile da dimenticare.

Chissà che cosa sarà diventata oggi?

A Genova c’è il porto. Nella sua storia sono arrivate milioni di persone, da tutte le parti del mondo. Alcuni solo di passaggio, altri si sono fermati. Questo ci ha resi tutti i meticci. Persone Ibride. In dialetto qui il pomodoro si chiama Tomata e il carciofo Ardiciocca, proprio come in inglese Tomato e Artichoke. Da noi quando c’è confusione diciamo che c’è un Ramadan, i famosi Camalli hanno rubato il nome dall’arabo Hamal. Ma siamo sempregenovesi, con il nostro carattere burbero e scontroso. Uomini e donne capaci di ripartire quando crolla un ponte, quando ci devasta un’alluvione o quando il mare distrugge il lavoro di tanti anni. Spesso senza chiedere aiuto, perché siamo fatti così. Perché questa è la nostra storia. Ed è quello che ci hanno insegnato.
E io oggi dovrei aver paura di 17 bambini, 23 donne e 60 uomini che arrivano da chissà dove?
Che cosa farebbe mio nonno se glielo raccontassi? Riderebbe di me, ecco che cosa farebbe.
Oggi i nostri politici vengono da fuori e non conoscono la nostra storia. Dovrebbero parlare con i nostri vecchi, con chi ha combattuto davvero per la libertà. Gli spiegherebbero che 100 “neri” non ci fanno paura. Gli risponderebbero che qui a Genova ne abbiamo visti di tutti i colori, bianchi gialli, neri, …birulò, per dirlo in dialetto. Parlerebbero senza dare importanza al politico di turno, continuando a lavorare perché il tempo non si deve sprecare. Ma gli direbbero anche di non farli scappare, perché 100 migranti ci servono, perché a Genova c’è sempre da fare. E 100 sono anche pochi.

Mio figlio non è un campione di sport, non vince le gare, le partite, non è richiesto da questa o quella squadra, non ha un allenatore che lo adora, non va ai campionati in giro per l’Italia…insomma, è un ragazzo normale.

In realtà no.
Non è affatto un ragazzo “normale”.

Ha una montagna di qualità come quasi tutti i ragazzi. Come tutti i genitori potrei passare ore ad elencare le sue doti ma una mancherebbe: non ha la competizione nel sangue e non sente il desiderio di essere il più bravo di tutti, di “massacrare” gli altri nello sport.

Ma perché scrivo questo?

Lo scrivo perché sono un po’ stufo di sentire i racconti di altri genitori che raccontano le gesta eroiche dei figli nello sport quando ti incontrano, quando ti rivedono anche dopo anni, quando li incroci per caso.
Non so mai cosa rispondere: il figlio degli altri ha sempre vinto un campionato, ha sempre una finale da fare, costringe sempre la famiglia a non fare qualcosa perché deve allenarsi per un’occasione importantissimo.

Mio figlio no.
E’ pigro? Per niente.
Non gli ho insegnato la competizione da piccolo?
Forse.
E’ diverso dagli altri?
Non credo proprio.

Semplicemente non è cresciuto con lo spirito competitivo nel sangue. Ho cercato in tutti i modi di non trasmetterglielo, convinto che sarebbe stato più sereno se non avesse avuto questo incubo per tutta la vita. I nostri ragazzi sono continuamente perseguitati dalla necessità di primeggiare, di sentirsi meglio degli altri, a volte questo diventa un vero problema psicologico e quello che penso è che gran parte della colpa in questo caso l’abbiamo proprio noi genitori. Soprattutto quando cerchiamo di riprodurre nella loro vita ciò che non siamo riusciti a fare noi stessi, e questo è un atteggiamento che dilaga tra i padri purtroppo.

Sapete che cosa vi dico? Che personalmente credo a meno della metà dei racconti di gesta sportive eroiche fatte dai genitori di tutti questi piccoli fenomeni dei campi da calcio, delle palestre o delle piscine. E quando sento questi racconti così enfatizzati, il più delle volte provo un po’ di pena per quei figli, per la fatica che devono fare ogni giorno per soddisfare i sogni del papà.
Alla frustrazione che li accompagna e li accompagnerà per tanti anni della loro vita.

Lo sport è una cosa diversa, è una passione che deve crescere in modo autonomo nei ragazzi, senza avere influenze così pesanti da parte dei genitori, senza essere un obbligo che serva a coprire sogni di mamma e papà. Fortunatamente per molti giovani è ancora così, che amano quello che fanno senza avere pressioni esterne, senza sentirsi obbligati. E in questo caso diventa davvero formativo, una parte importantissima della crescita.

Facciamo in modo che i nostri figli crescano sereni, felici, imparino ad apprezzare la propria vita, senza dover soddisfare le frustrazioni dei genitori.

In questo modo avremo fatto il nostro mestiere di genitori.