Dalla natura selvaggia di Lemmenjoki alla natura domata di Yggdrasiltunet, Norway. Il viaggio é lungo, in tutti i sensi. Tieva é la casa sul fiume, la sauna che ti riscalda dal freddo polare, il rifugio dalla brutalità che a volte la natura sa dimostrare. La fattoria in Norvegia é tutt’altro. É quanto di piu evoluto e raffinato si possa immaginare nel contatto con la terra, con gli animali, con gli elementi naturali. Qui tutto é sereno, tranquillo, amichevole. In mezzo c’è un viaggio. 600 km che ti accompagnano attraverso scenari che vorresti portare sempre con te, paesi dai nomi profondi come l’oceano, montagne dipinte da pennellate di luce, panorami in cui il cielo é protagonista assoluto. Questa é l’essenza del grande nord.

Tanti anni fa nelle giornate come oggi, si scrivevano le cartoline. La pioggia ci faceva andare nel bar del campeggio o a casa di un amico dopo averle scelte con attenzione, facendo in modo che ‘assomigliassero’ un po’ al destinatario prescelto. Alcune erano fotografie incorniciate, altre erano divise in tre o in quattro, altre portavano la scritta ‘Saluti da…’. Io avevo qualche amico che scriveva così tanto da occupare tutto lo spazio bianco e andare oltre, qualcun altro al massimo riusciva a dire due parole, poi c’era anche chi non sapeva mai cosa scrivere e chiedeva consigli al vicino. Ma era sempre un’emozione, un fremito che ci faceva pensare a qualcuno distante da noi in quel momento. Io oggi vorrei mandare a tutti voi una cartolina con la stessa emozione di allora, scegliendo anche il francobollo più adatto e mettendola nella cassetta rossa delle lettere mentre penso a quanto tempo ci metterá per raggiungervi. Una cartolina col le immagini di una giornata di pioggia sul fiume Lemmenjoki.

Dalla finestra entra una luce violenta e calda. Guardo fuori, l’acqua del fiordo é immobile, trasparente, fredda come la neve che ancora resiste sulle montagne nonostante l’aumento della temperatura globale. Aspetto prima di uscire, leggo, scrivo, prendo appunti. Poi salgo sulla barca: una vecchia barca da pesca che qui usano per portare in giro i visitatori. Durante il viaggio, vicino a noi, un’aquila prende un pesce per portarselo chissà dove. Riesco a cogliere l’attimo con una fotografia che mi ricorderò per sempre. Al rientro la giornata non finisce: salgo sulla cima della montagna per guardare il paesaggio. Ancora emozione. Bellezza.

Ivan prende il bicchiere appoggiato sul banco in massello di rovere lasciando un segno perfettamente circolare nel sottile strato di polvere di legno che ricopre il vecchio tavolo da lavoro. Dalla parete a fianco entra un fascio di luce netto, dai confini quasi palpabili che taglia in due il laboratorio definendo un fronte e un retro completamente separati. La foto è lievemente sfuocata, rovinata, con una leggera curvatura che si è formata nel tempo, stando dentro a quel bicchiere anziché stesa sotto un vetro o in un album di ricordi. Ma Ivan non ha mai voluto spostarla: l’ha sempre tenuta lì dentro come se fosse una compagna, come se la sua presenza fosse diventata indispensabile e non potesse trovare la forza di separarsene. Per un momento resta in silenzio, osservando con attenzione il centro dell’immagine come se stesse entrando, o forse ritornando, in quel panorama caotico di mille volti alle spalle della donna ritratta in primo piano. Si erano conosciuti da poco, durante una delle tante manifestazioni alle quali in quegli anni gli studenti universitari partecipavano quotidianamente. Lei era determinata, dura, convinta che passare all’azione fosse una conseguenza indispensabile di quei cortei. Lui non era così certo, ma decise di seguirla per non perderla, o per proteggerla dalla sua stessa irruenza, dal suo desiderio di tracciare un solco da seguire per tutti gli altri.
O forse semplicemente perché l’amava, e questo era abbastanza.
Io lo lascio parlare, resto in silenzio, ad ascoltare. Penso che ho poco tempo, che dovrei tornare a lavorare ma non riesco ad interrompere il suo racconto così vero, così profondo. Un racconto sospinto da una passione che io non conosco.
Lo invidio.
Non ne sono mai stato capace.
Mentre guardo la sua mano gesticolare con la fotografia in mano e sorridere asciugandosi il sudore con la manica della camicia, mi accorgo che non riesco più ad ascoltarlo, che penso alla mia vita, a tutto ciò che ho costruito per saturarla, per colmarne gli angoli e renderla impermeabile anche alla più piccola incertezza. Non so se ho perso qualcosa, forse al contrario sono riuscito ad arricchire ogni ritaglio della mia esistenza. Vorrei riuscire a desiderare di tornare indietro per ripercorrere gli anni trascorsi. Per modificarli, per spostarli su direzioni sconosciute, interpretando altre vite che non ho mai avuto il coraggio di abbracciare.
Ma sarebbe inutile, sono certo che tornerei esattamente in questo stesso punto, che mi ritroverei nel laboratorio di Ivan a guardarlo mentre con una vecchia fotografia in mano e un bicchiere sporco di polvere di legno nell’altra, racconta una storia d’amore meravigliosa, una storia che io non ho mai voluto vivere.
Ma io sono come sono.